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documento inserito il: 12-4-2017 |
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Sommario Ultimo
documento inserito il: 20-2-2017 1) Povertà, redistribuzione di reddito,
helicopter money. 2) Immigrati. Fine dell’impero
occidentale? Vai à Statistiche Eurostat sulle migrazioni
internazionali L’Italia che il premier porta
alla Ue L’Italia esporta laureati e
importa analfabeti? 3) Rapporto cittadini / istituzioni /
partiti. Populismi Eurispes, aumenta la fiducia dei
cittadini nelle istituzioni 4) Costituzione
da realizzare. Sindacati e Partiti. 6) Il Sole
24 Ore Bitcoin, il riciclaggio invisibile
di mafie e terrorismo internazionale –di R. Galullo e A. Mincuzzi
8) Micromega 11-4-2017 Moneta bancaria o pubblica? La
Svizzera al voto per una rivoluzione di
Enrico Grazzini I problemi sono tanti. Sono correttamente posti?
Come affrontarli? 1)
Povertà, redistribuzione di reddito, helicopter money.
POLITICHE MONETARIE
SENZA LIMITI
«Helicopter money»,
ovvero soldi dalle banche centrali nei conti dei cittadini. Ma è davvero
possibile?
·
–di Vito Lops 15 aprile 2016 Il prossimo passo per i Paesi europei, titola oggi il
Wall Street Journal, è l’ “Helicopter drop”. Ovvero far piovere soldi dalle
banche centrali direttamente nei conti correnti dei cittadini. Suona
certamente come una provocazione ma difatti il dibattito sull’ “Helicopter
money” è partito e sarà destinato a prendere sempre più piede nei prossimi
mesi. L’area euro, infatti, sta vivendo l’effetto combinato di una
“deflazione da globalizzazione” e di una “deflazione salariale” derivante da
squilibri commerciali tra i Paesi che utilizzano l’euro, creatisi prima del
2008, quando sembrava che il sistema filasse rose e fiori. Se a questi punti aggiungiamo anche l’esigenza di rimettere
in carreggiata il sistema bancario (penalizzato da elevate sofferenze, il
fenomeno è più marcato in Italia ma riguarda in realtà l’Unione europea,
considerato che le sofferenze sono oltre i 1.000 miliardi di euro, pari al
7,3% del Pil dell’area) scopriamo perché si sta facendo tanta
fatica a rimettere l’economia nel giusto sentiero della crescita. Difatti la Banca centrale europea le sta provando tutte. A
marzo 2016 ha potenziato il quantitative easing (l’acquisto di titoli in mano
a privati) da 60 a 80 miliardi di euro al mese, ha portato il costo del
denaro a zero e il tasso sulle riserve in eccesso depositate a fine giornata
dalle banche nel conto che devono avere presso la Bce a -0,4%. Manovre non
convenzionali, in linea con quelle di Giappone e Svizzera, che stanno
certamente dando fieno alle banche (che in questo momento possono vendere a
caro prezzo i titoli di Stato che avevano comprato a sconto qualche anno fa
con i soldi della Bce attraverso le aste Ltro, operazione con cui hanno però
aiutato i governi e ridotto lo spread con la Germania), svalutando un po’
l’euro. L’altro lato della medaglia è che però hanno fatto entrare
per la prima volta nella storia l’area euro nell’era dei tassi negativi.
Quella in cui i bond tedeschi viaggiano sottozero fino a 9 anni, i BTp fino a
2 anni, eccetera. Quella che non fa contenti i risparmiatori (dato che vedono
ridursi le remunerazioni nominali sugli investimenti) e i debitori (che con
un po’ di inflazione pagherebbero meno in termini reali). Un’era che non fa
contenti neppure quei fondi e assicurazioni che hanno venduto negli ultimi
anni prodotti con rendimenti minimi garantiti, oggi difficilmente ottenibili
(se non con qualche manovra finanziaria un po’ azzardata) senza rischio. In tutto ciò la domanda (famiglie e imprese) non sta dando
segni di clamoroso risveglio. Lo si vede dall’inflazione che a marzo
nell’area euro si è attestata a 0, imballata. E lo dicono le prospettive da
qui a 5 anni, che danno un’inflazione all’1,4% nel 2021, abbondantemente
sotto anche nel medio periodo rispetto all’obiettivo «inferiore ma vicino al
2%» della Bce. Ed è per questo motivo che si parla con sempre più enfasi
di “helicopter money”. Se la cinghia di trasmissione
“Bce-banche-famiglie/imprese” non funziona, per far arrivare i soldi a
famiglie e imprese secondo alcuni non resterebbe che l’ultima, disperata
carta. Quella di bypassare l’intermediazione bancaria e far sì che la Bce
versi direttamente soldi nei conti correnti dei cittadini. Certamente degno
di nota è il fatto che alcuni membri dell'Eurotower non escludono più
l'adozione di una “helicopter money”. C’è poi l’economista Adair Turner che
ha presentato al Fondo monetario internazionale una proposta di attuazione delle
“Helicopter money”. In sostanza la proposta è questa: dare più soldi a
cittadini e imprese tagliando le tasse. Finanziando questa operazione
attraverso creazione di moneta da parte delle banche centrali diretta ad
acquisti incrementali di debito pubblico. In poche parole; tornare al
concetto di monetizzazione del debito ad opera delle banche centrali. Un'idea
originariamente discussa anche tanto temo fa da Milton Friedman (1943) e più
recentemente (2003) da Ben Bernanke in relazione alla deflazione
giapponese. «L’Helicopter money, con cui intendiamo un aumento dei
deficit di bilancio, può in alcune circostanze essere l'unico modo per
stimolare la domanda nominale, e può portare con sé meno rischi per la futura
stabilità finanziaria rispetto alle politiche monetarie non convenzionali
attualmente dispiegate - scrive Turner -. La prima domanda è fondamentale:
vogliamo più domanda nominale? La risposta dovrebbe essere sì, se siamo certi
che si trasformerà in un aumento della produzione reale e se riteniamo che un
aumento del tasso di inflazione è di per sé desiderabile. Le economie
sviluppate oggi stanno cercando di far verificare queste due condizioni, ma
presentano tassi di crescita nominali molto bassi, in un contesto depresso
dal deleveraging del settore privato a seguito della crisi finanziaria». «Quindi è auspicabile una crescita del Pil - spiega Turner
-. Il problema è che la politica monetaria in entrambe le sue forme,
convenzionali e non convenzionali, sta risultando inefficace. La riduzione
dei tassi di interesse sottozero non sta stimolando l'offerta di credito e la
domanda, in un “bilancio recessione” in cui il settore privato è in
deleveraging. Anche tagliare i tassi di interesse a lungo termine attraverso
il quantitative easing può essere altrettanto inefficace. Senza dimenticare
che tassi di interesse molto bassi e per molti anni, incoraggiano la ricerca
di rendimento, e quindi l'innovazione finanziaria e di carry trade, che
creano rischi per la stabilità finanziaria. In questo quadro - conclude
Turner - l’helicopter money potrebbe essere considerata un’opzione». Il tema divide esperti ed economisti. Sia per gli effetti,
sia per le difficoltà politiche di attuare una misura del genere. E sia
perché “helicopter money” di per sè non significa nulla, bisogna invece
capire quale tipo di “helicopter money” eventualmente adottare. In Italia c’è
l’idea dei certificati di credito fiscali, in un
dibattito seguito anche da Econopoly. «Sebbene non sia una pratica comune, la politica monetaria
può trasformarsi in politica fiscale, esempio ne è quando si parla di
“helicopter money” - spiega Andrea Monticini, docente all’Università
Cattolica di Milano alla Facoltà di Scienze bancarie, assicurative e
finanziarie -. Si può ipotizzare, in una versione elementare (ne esistono
molte) dell'helicopter money, che ogni primo giorno del mese, tutti i
cittadini ricevano un bonifico sul proprio conto corrente, disposto dalla
Banca centrale europea, per un elevato ammontare di euro. In altre parole,
stiamo parlando di erogare un sussidio per indurre tutti a comprare più beni.
Una decisione di questo tipo è solitamente presa da un governo e non dalla
banca centrale, sebbene l'effetto prodotto da questa misura economica sia
indipendente da chi l'abbia disposta». «Ci sono almeno due motivi che dovrebbero scoraggiare
l'utilizzo dell'helicopter money - argomenta Monticini -. In primo luogo: un
governo, a differenza dei membri della banca centrale, è eletto dai cittadini
e tra i suoi fini istituzionali rientra il perseguimento di equità nella
distribuzione dei redditi. Quindi un governo, meglio di una banca centrale,
decide l'ammontare del bonifico (sussidio) destinato ai cittadini
rapportandolo ai loro differenti livelli di reddito. In secondo luogo,
l'helicopter money, per essere efficace ed indurre un cittadino a consumare
di più, dovrebbe avere natura permanente perché, se così non fosse, il
sussidio verrebbe in parte risparmiato limitandone, in tal modo, l'impatto
sull'economia. Per contro, se il sussidio fosse permanente, verrebbe speso
tutto provocando problemi nel medio termine nell'ordinato funzionamento del
sistema economico. Anche se la Bce avesse la possibilità teorica di
realizzare questa manovra fiscale, per entrambi i motivi sopraesposti
l'helicopter money non è auspicabile». Secondo Andrea Terzi, docente di Politica monetaria
all’Università Cattolica del Sacro cuore di Milano «dipende da cosa si
intende per helicopter money. Se prendiamo come riferimento la proposta che
Adair Turner ha presentato all’Fmi, si tratta di una politica fiscale
espansiva realizzata con un'operazione che la “nasconde” e di fatto la
sottrae dai bilanci pubblici. A tanto è arrivata la profonda incomprensione
delle conseguenze del debito pubblico che siamo arrivati a questo: fare una
politica che è diventata un tabù negando di farla. Con l'helicopter money non
stiamo parlando di una soluzione economica. Stiamo parlando di una soluzione
politica affinché l'Europa realizzi una politica fiscale espansiva evitando
l'imbarazzo di dover ammettere di aver sbagliato strategia dal 2008 in poi.
Intendiamoci - prosegue Terzi - giudico positivamente che si discuta
finalmente di politiche che mettano fine alla repressione della spesa privata
che è la logica, pesante conseguenza dei vincoli sui bilanci pubblici
nazionali. Ed è ora che si riconosca che la politica monetaria può fare poco
o nulla. La politica fiscale espansiva nell'Eurozona è fattibilissima. Il
problema è esclusivamente politico. La soluzione più ovvia è un taglio delle
imposte concordato, oppure una spesa in infrastrutture gestita da un organo
europeo e distribuita pro-quota nei 19 paesi, accompagnata da un'emissione di
titoli collocati sul mercato e che la Bce sia disposta a comprare e vendere
sul mercato, così come già fa per i debiti nazionali. È una soluzione di gran
lunga più semplice e sensata dell'helicopter money». «E non è detto affatto che l’helicopter money risolva il
problema politico - conclude Terzi -. Una delle proposte di helicopter money
prevede che la Bce acquisti titoli pubblici non rimborsabili. Mi sembra che
sia piuttosto arduo dare un valore di bilancio a titoli di questo tipo.
L'operazione espansiva dovrebbe, a mio parere, essere di almeno 300 miliardi
in un anno, che è il triplo del capitale dell'Eurosistema, e quindi
sollevando ancora un problema politico». Scettico sull’argomento Matteo Paganini, capo analista di
Fxcm Italia. «Attualmente circola una proposta da noi discussa anni addietro,
secondo la quale, grazie a trasferimenti diretti sui conti correnti bancari
dei cittadini, si possano incrementare i consumi, e con essi rimettere in
moto l'intero volàno economico. È possibile che una banca centrale vada a
consegnare direttamente denaro ai cittadini, si tratta di distribuire
attualmente parte dei futuri introiti derivanti dal signoraggio bancario, il
problema è capire quanto ciò possa risultare efficace allo stato dell'arte
attuale». «Partendo dal presupposto - continua Paganini - che una
misura monetaria del genere potrebbe essere assimilata ad un mea culpa da
parte della Bce su tutta la linea di austerity mantenuta finora, dobbiamo
renderci conto che, se si vuole mantenere in piedi il sistema euro, occorre
supplire a tutti quei riequilibri naturali che un sistema economico avrebbe
sperimentato in un regime di cambi flessibili, situazione all'interno della quale
non viviamo attualmente, in quanto l'euro ha imposto una struttura di cambi
fissi tra economie profondamente diverse tra di loro. Di necessità virtù
dunque. E quando ci si accorge che l'eccessiva austerity (oltre a consumi
bloccati abbiamo anche liquidità non utilizzata per investimenti a causa
della completa mancanza di fiducia nella ripresa) non è sostenibile senza che
il malcontento dilaghi, si può considerare l'opzione che prevede la
trasmissione diretta di denaro alla massa». «L'outcome attuale di tale scenario - conclude Paganini -
però risulta debole (cosa che sarebbe stata diversa se si fosse implementato
prima dell'inizio delle prime mosse straordinarie da parte della Bce), con
meccanismi soltanto potenziali di trasmissione di denaro all'economia reale,
una trasmissione che dovrebbe comunque essere prevista per un certo lasso di
tempo (non inferiore a 18 mesi), al fine di ristabilire livelli di fiducia
sostenibili nel medio periodo. Se il denaro lo spendesse direttamente lo
Stato per effettuare incrementi di spesa pubblica e politiche espansive di
bilancio finanziandole con moneta stampata anziché tramite l'utilizzo del
debito, potrebbe attivarsi qualche miglioramento, ma in regime di cambi fissi
la sostanza non cambia, piano piano si arriverebbe ad una potenziale crisi
della bilancia dei pagamenti, date le maggiori importazioni che deriverebbero
da tali politiche. Una situazione non gestibile, all'interno
dell'architettura economico-bancaria attuale». Tirando le somme: non esiste una sola modalità di
“helicopter money”, ovvero di dare soldi a famiglie e imprese bypassando le
banche. Le varie proposte sembrano a una prima occhiata stravaganti e
inducono a uno scetticismo di fondo. Ciò però non basta per escludere che in
futuro si vada in questa direzione. Perché il fatto che se ne parli, e ogni
giorno sempre più, sarà pure un segnale che nel bene e nel male potrebbe
essere all’orizzonte un profondo cambiamento nel modo di affrontare l’attuale
crisi. 2)
Immigrati. Fine dell’impero
occidentale?
Il Fatto
18-12-2016
Migranti, primo passo indietro della Merkel sull’accoglienza ai migranti: rimpatriati 34
cittadini afghani
Stretta dall'avanzata dei
nazionalisti e in calo nei sondaggi, la cancelliera
ha autorizzato il viaggio forzato dei 34 che si erano visti respingere la
richiesta di asilo. Dopo l'uscita sul burqa, un nuovo segnale di freno
all'accoglienza di Gianni Rosini | 18 dicembre 2016 Angela Merkel china la testa e compie il primo passo indietro
sulla politica delle porte aperte ai migranti. Quello che sembrava un dogma
del programma della cancelliera tedesca, costatole
attacchi da parte di opposizioni e di alcune frange del proprio partito
(Cdu), è stato abbattuto il 15 dicembre con il primo rimpatrio forzato di 34
cittadini afghani che si sono visti respingere la richiesta di asilo
politico. “Accoglieremo centinaia di migranti da Italia e Grecia”, aveva
assicurato a fine settembre. Ma la continua ascesa del partito nazionalista
Alternative für Deutschland
(AfD), in vista delle elezioni di settembre 2017
per il rinnovo del Bundestag, ha convinto Merkel a fare un passo indietro su un tema che le ha
causato una perdita di consensi interni. Rimpatri anche da Svezia, Norvegia e
Bulgaria, “ma non esiste il rischio di un effetto domino – dice a
ilfattoquotidiano.it Francesco Cherubini, ricercatore di Diritto dell’Unione
Europea all’Università Luiss Guido Carli di Roma –
I rimpatri forzati costano troppo”. Le
elezioni 2017 fanno paura, Angela Merkel mette un
freno all’accoglienza L’accordo
di ottobre tra Unione Europea e governo dell’Afghanistan aveva già destato
preoccupazione tra coloro che si dichiarano contrari ai rimpatri forzati.
Kabul e Bruxelles hanno trovato un punto d’incontro per il rientro degli
irregolari. In cambio, anche se l’Alto rappresentante dell’Unione per gli
affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini,
ha negato un collegamento tra i due accordi, Bruxelles si è impegnata a
stanziare 13,6 miliardi di euro di aiuti per lo sviluppo del Paese asiatico,
con la Germania capofila (1,7 miliardi). Accordi
che anche Angela Merkel ha deciso di sfruttare. Con
le elezioni per il rinnovo del Parlamento tedesco fissate per il prossimo
autunno, il calo di consensi che l’aveva vista scendere fino al 32% e
l’ascesa del malcontento cavalcato dal partito nazionalista AfD, dato al 13%, la cancelliera
si è vista costretta ad ammorbidire la sua posizione sul tema rifugiati. Dopo
la rielezione ai vertici della Cdu, ha dichiarato che cercherà di vietare il
burqa in Germania, ha specificato che i criteri per l’accoglienza sono più
restrittivi rispetto al passato, con il 35% delle richieste d’asilo che non
viene accolta, fino all’ultima decisione di rimpatriare i 34 cittadini
afghani. Un cambio di rotta che lascia trasparire una preoccupazione per
l’ascesa dei partiti nazional-populisti in tutta Europa che le forze
tradizionali non possono più ignorare, neanche il più solido degli esecutivi
europei. “Effetto
domino? No, i rimpatri forzati costano troppo” La
decisione del governo tedesco rischierebbe di creare un precedente favorevole
a tutti i governi che hanno nella politica anti-immigrazione il loro punto di
forza o che devono contrastare le forti opposizioni nazionaliste. Negli
ultimi giorni, anche Svezia, Norvegia e Bulgaria hanno rimpatriato un totale
di 162 cittadini afghani. “In teoria sì, ma in pratica non credo sia
possibile pensare ai rimpatri forzati come a una costante – continua
Cherubini – questo per due motivi: sono molto costosi ed è necessario un
monitoraggio preciso e continuativo di tutti gli immigrati irregolari
presenti nel proprio Paese”. Il ricercatore continua spiegando che un accordo
come quello Ue-Afghanistan non stravolge la situazione rispetto al passato:
“L’Unione Europea e i singoli Stati hanno accordi sui rimpatri con decine di
Paesi – dice Cherubini -, solo che non sono mai riusciti a metterli in atto o
non gli è mai convenuto. La percentuale dei rientri in rapporto agli
irregolari rilevati è da sempre intorno al 30% e i rimpatri volontari
rappresentano la netta maggioranza (solo quest’anno, diecimila afghani sono
tornati dall’Europa nel loro Paese, ndr). Il
provvedimento del governo tedesco, come quello degli altri esecutivi
coinvolti, deve essere letto come un’azione di propaganda politica e non come
una formula valida per risolvere l’emergenza immigrazione”. Twitter: @GianniRosini
_______________________________ Il Sole 24 Ore del
15-12-2016
POLITICA 2.0
L’Italia che il premier porta alla Ue
·
–di Lina Palmerini ·
16
dicembre 2016Non è solo
l’Italia che ha detto «no» al referendum, quella che porta Gentiloni al suo primo Consiglio Ue. È anche quella di
una riforma della Pa a metà, del Jobs act su cui pende un altro referendum, di un Paese ancora
senza legge elettorale. ·
Forse
nessuno avrà fatto la domanda diretta a Paolo Gentiloni:
quanto durerà il suo Governo? Ma in qualche modo sarà stata chiesta - o data
- una rappresentazione della situazione politica che si è creata, di quanto
tempo ha davanti questo Esecutivo, delle cose che verosimilmente potrà fare.
È vero che ieri sul tavolo del Consiglio Ue c’era la questione
dell’immigrazione - ormai al primo punto dell’agenda Ue, prima ancora
dell’economia - ma negli scambi (anche tra gli staff) si sarà parlato
dell’obiettivo della legge elettorale che si è dato questo Governo e, nel
frattempo, della spada di Damocle di un nuovo referendum che pende su una
delle riforme più apprezzate da Bruxelles. Di certo, l’approdo del neo premier al vertice di ieri cambia
completamente il registro dialettico delle relazioni tra Italia e Ue. Quelle
minacce di veto, quegli strattoni a Juncker o alla Merkel, gli ultimatum e i duelli a distanza vanno via con
la prima stagione renziana e troveranno un altro
discorso pubblico con Gentiloni. Ma al di là dei
toni e delle dichiarazioni, quello su cui l’Europa si orienterà – o si è già
orientata – è sui fatti: sullo stallo nel percorso di riforme che era stata
la nostra carta sul tavolo di Bruxelles e di Francoforte. Se si rilegge quella lettera dell’agosto del 2011 inviata a Roma, si
vedrà che molte di quelle misure richieste dalla Bce sono rimaste appese:
iniziate e non terminate oppure mai cominciate. La riforma della pubblica
amministrazione, quella del lavoro, la concorrenza. Solo le nuove pensioni
restano in piedi ma con le mille deroghe degli esodati
portate avanti fino a oggi, dopo cinque anni dalla legge Fornero. Quello era
lo “scambio” possibile tra Italia ed Europa, il prezzo per non finire
commissariati e che ha giustificato il vantaggio acquisito con il programma
di quantitative easing di Mario Draghi. Nei
prossimi mesi sfumerà anche quello e il rischio di un nuovo picco negli
interessi sul debito è concreto. La struttura portante di questi ultimi anni traballa ma è soprattutto
il quadro politico che presenta le incertezze di sempre. Non c'è ancora una
legge elettorale e quindi è difficile - per gli osservatori europei - capire
che Italia ci sarà e quale Governo sarà possibile dopo quello di Gentiloni. È verosimile pensare che a Bruxelles puntino
sulle larghe intese, data la pressione dei partiti populisti, dei 5 Stelle e
della Lega che restano su posizioni nettamente euroscettiche. Alla luce di queste incertezze, i prossimi passi in Europa diventano
più scivolosi. E la domanda è se tornerà di nuovo il rischio di un
commissariamento, l’ipotesi di un nuovo cordone sanitario intorno alla
situazione del debito o anche del sistema bancario. Certo è che non solo le
prossime elezioni italiane ma soprattutto quelle francesi - e in autunno
quelle tedesche - scriveranno uno spartito col quale l'Italia dovrà fare – di
nuovo – i conti. ©
Riproduzione riservata ________________________________________ Da farodiroma.it
by redazione web13 dic 2016
Per il terzo
anno consecutivo, il Centro Studi e Ricerche Idos ha
curato e pubblicato il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria, con il quale fornisce
un’analisi del mondo dell’imprenditorialità immigrata in Italia. Primario
scopo dello studio è quello di evidenziare le specificità e le linee di
evoluzione di tale, importante, realtà, nonchè di
contribuire a delineare le strategie di intervento più adeguate a valorizzarne
l’apporto. Alla base dell’iniziativa, si trova una consolidata collaborazione
di Idos con la Confederazione Nazionale dell’Artigianato
e della Piccola e Media Impresa e con MoneyGram, azienda
protagonista nel mondo del money transfer. Il Rapporto provvede alla stesura di un primo
bilancio dell’esperienza italiana, avviata nel 2012 con il Decreto Crescita
2.0 e meglio definita tramite il programma Start-up Visa e Startup Hub, entrambi introdotti nel 2014. Specifica attenzione è
stata dedicata alle rilevanti possibilità di sviluppo che gli imprenditori di
origine straniera rappresentano in termini di internazionalizzazione del Sistema
Paese. L’iniziativa imprenditoriale degli immigrati in
Italia continua a crescere, è questo che, in primis, si evince dal Rapporto;
e si evidenzia sempre più non solo sul piano quantitativo, ma anche per la
sua capacità di reazione alla crisi. Risulta utile, tuttavia, partire dal
contesto europeo, che vede, secondo l’analisi Idos,
il consolidarsi della consapevolezza dell’importanza di politiche e strategie
adeguate a sostenere il progressivo sviluppo di tale realtà (soprattutto
volte a facilitare il rapporto con le burocrazie nazionali e l’accesso al
credito). In Europa, infatti, come si legge nel Rapporto, “l’espansione dell’imprenditorialità
immigrata continua a realizzarsi nonostante gli ostacoli più numerosi e
complessi che i lavoratori immigrati si trovano ad affrontare specialmente in
termini di accesso alle informazioni necessarie e di capacità di rispondere
ai requisiti economici e amministrativi previsti dalle procedure, che spesso
presuppongono strutturati percorsi di inserimento”. Un recente studio
dell’Ocse, citato da Idos, stima che nei Paesi a
sviluppo avanzato e nell’Ue l’incidenza media degli autonomi tocchi, tra chi
ha maturato un decennio di residenza e chi invece è arrivato di recente, il
12% dei lavoratori immigrati. Dato che resta generalmente più elevato
rispetto a quello relativo agli autoctoni, soprattutto nell’Europa centrale e
nel Regno Unito. Un’indagine campionaria sulle forze lavoro di Eurostat, inoltre, che fornisce dati omogenei e comparabili
sulla situazione occupazionale negli Stati membri, attesta a fine 2015 quasi
2,1 milioni di lavoratori autonomi stranieri, il 52,6% in più rispetto a
dieci anni prima (+53,7% in Italia). Tra questi, pari al 6,3% di tutti i
lavoratori autonomi attivi nell’Ue a 28 (quasi 33 milioni), prevalgono
mediamente i comunitari (52,7%) e i 25-49enni (71,9%). In Italia, al contrario, i lavoratori autonomi
non comunitari rappresentano la netta maggioranza (69,9%) e la prevalenza dei
giovani adulti è ulteriormente accentuata (80,2%). Si riduce, però, la quota
di quelli che dispongono di lavoratori alle dipendenze (15,8% contro una
media del 25,7%). Un elemento che conferma la forte dimensione individuale
del quadro italiano e, allo stesso tempo, secondo Idos,
indica ampie possibilità di sviluppo. “Nelle grandi aree urbane, e da lì gradualmente
anche nei contesti più periferici, l’imprenditorialità immigrata ha saputo
rispondere, con grande flessibilità, alla domanda di servizi e prodotti
specifici – e variabili – o alle esigenze di segmenti di mercato a basso
potere d’acquisto, entrambi solo in parte riconducibili a bisogni peculiari
delle collettività immigrate”, si legge nel Rapporto relativamente alla
situazione Italiana. In diversi contesti, e soprattutto laddove è andata a
compensare le difficoltà di ricambio generazionale in settori poco attrattivi
o a rispondere alla crescente domanda di lavoro autonomo e piccole imprese
legata a sistemi di produzione sempre più frammentati, l’imprenditorialità immigrata
ha svolto, come ricorda Idos, un ruolo rilevante
per la salvaguardia complessiva dell’economia locale. Sono più di 550mila le
aziende a guida immigrata in Italia (fine 2015), il 9,1% del totale, e
producono 96 miliardi di euro di valore aggiunto, il 6,7% della ricchezza complessiva.
Inoltre, mentre nell’ultimo quinquennio il numero delle imprese registrate in
Italia ha fatto rilevare un calo complessivo dello 0,9%, nello stesso periodo
le imprese a guida immigrata sono cresciute di oltre il 21% (+97mila), a
fronte di una netta diminuzione delle aziende condotte da autoctoni (-2,6%,
-149mila). Principale settore di attività per le imprese a guida immigrata
risulta essere il commercio, in cui opera oltre un terzo delle aziende a
guida immigrata (200mila, il 36,4% contro il 24,5% delle imprese a guida
autoctona). Segue l’edilizia (129mila, 23,4% contro 13,1%), mentre la
manifattura, con oltre 43mila aziende, costituisce il terzo comparto di
attività (7,9% del totale); entrambe caratterizzate per una forte dimensione
artigiana. Sono artigiane, infatti, oltre 4 imprese edili immigrate su 5
(83,2%) e oltre 2 su 3 di quelle manifatturiere (68,4%). “Davanti alle forti
difficoltà di ricambio generazionale che attraversano il variegato mondo
artigiano, alle prese con la necessità di coniugare tradizione e innovazione,
in altri termini, si evidenzia tutta la rilevanza del contributo
dell’imprenditorialità immigrata”, continua il Rapporto. In agricoltura,
invece, l’imprenditorialità immigrata continua a giocare un ruolo ancora
marginale (2,6%), anche in ragione degli elevati costi di rilevazione o avvio
di un’azienda agricola. Allargando poi la visione all’insieme dei gruppi
nazionali maggiormente protagonisti del panorama imprenditoriale del Paese, i
più numerosi risultano essere i marocchini (14,9%), seguiti da cinesi (11,1%)
e romeni (10,8%) e, quindi, da albanesi (7,0%), bangladesi (6,5%) e
senegalesi (4,4%). La loro iniziativa imprenditoriale continua a concentrarsi
nelle aree centro-settentrionali, caratterizzate da un migliore andamento
economico-produttivo e da una rete imprenditoriale più diffusa e strutturata;
operano al Centro-Nord 8 imprese immigrate ogni 10 (77,3% vs il 66,0% delle
aziende autoctone) e quasi un terzo solo in Lombardia (19,1%) e nel Lazio
(12,8%). Seguono la Toscana (9,5%) – in cui si rileva anche la più elevata
incidenza delle imprese immigrate sul totale (12,6%) –, l’Emilia Romagna
(8,9%), il Veneto (8,4%) e il Piemonte (7,4%) e, quindi, la Campania (6,8%),
prima regione meridionale di questa graduatoria. Sulla scia di quanto evidenziato dalla
Commissione Europea con l’Action Plan Imprenditoria 2020, l’indicazione di Idos auspica, in conclusione, “l’attuazione di strategie di
intervento in grado di promuovere lo sviluppo non solo quantitativo ma anche
qualitativo dell’iniziativa imprenditoriale immigrata, all’interno di una
prospettiva che ne consideri l’evoluzione in parallelo al resto del tessuto
d’impresa nazionale, le quali possano innescare, adeguatamente sostenute e
valorizzate, virtuosi processi di sviluppo per l’intero sistema economico-produttivo
nazionale”. Lavoro immigrato, quindi, al fianco di quello autoctono, per un
completo rilancio dell’imprenditoria italiana. I fattori sui quali
intervenire, e di cui ta tanto si parla – dalla
pressione fiscale e gli appesantimenti burocratici al consolidamento della
struttura di impresa e della vocazione innovativa – restano sempre gli stessi. Francesco Luise _____________________________________ http://www.settimananews.it/
L’Italia esporta laureati e importa analfabeti?
28 novembre 2016
di: IDOS Il 29 novembre 2016 è stato
organizzato a Bruxelles, con il sostegno del Parlamento Europeo, un convegno
sul volume che l’Istituto di studi politici “S. Pio V” e il Centro studi e
ricerche Idos hanno di recente (giugno 2016)
pubblicato su Le
migrazioni qualificate. Ricerche, statistiche, prospettive. La
partecipazione è aperta agli operatori ed esperti della comunità italiana in
Belgio, che si uniranno a un gruppo di studio di una trentina di persone in
provenienza da tutte le parti d’Italia. Le migrazioni qualificate: il quadro d’insieme del caso italiano
Si stima che oltre 400.000 laureati
italiani siano emigrati all’estero. Invece, sono circa 500.000 i laureati
stranieri in Italia e la loro incidenza è pari al 7% sul totale degli oltre
6,5 milioni di laureati residenti in Italia, un valore inferiore rispetto a
quello riscontrabile in Francia (10%), in Germania (11%) e nel Regno Unito
(17%). Dall’Italia sta emigrando un numero
crescente di laureati e diplomati, mentre è ridotto il numero degli italiani
che rimpatriano con questo livello di istruzione. Negli altri paesi europei è
più elevato sia il movimento complessivo di laureati e anche il flusso in
entrata, cosicché il loro bilancio è positivo. Dal punto di vista
quantitativo il bilancio è positivo anche per l’Italia, ma solo se si tiene
conto degli stranieri immigrati nel paese, mentre sotto l’aspetto qualitativo
sono diversi i fattori negativi. 1. È scarsa, rispetto ai livelli riscontrabili negli altri paesi
dell’Unione Europea, la consistenza dei residenti che in Italia hanno
conseguito la laurea, nonostante la titolarità della laurea agevoli
notevolmente la collocabilità sul mercato occupazionale. 2. Nei confronti dei laureati (sia italiani che stranieri) il
sistema italiano ha una ridotta capacità di offrire posti di lavoro adeguati
e genera il fenomeno dei lavoratori sovraistruiti rispetto
alle mansioni assegnate: si trova in tale situazione circa il 20% tra gli occupati
italiani e ben il 40% di quelli immigrati. 3. Non mancano gli inconvenienti di natura organizzativa,
specialmente per le fasce più alte dei lavoratori qualificati, come risulta
da questa testimonianza: «Se sapesse che cosa significa tentare una carriera
scientifica in Italia, nessuna persona sana di mente accetterebbe l’impegno»
(dichiarazione della planetologia Amara Graspe,
pubblicata sulla rivista La
Scienza, luglio 2006). 4. La maggiore attrattiva dei paesi esteri è dovuta alle migliori
opportunità di farsi riconoscere il merito da parte delle strutture pubbliche
e delle aziende, di ottenere posti e retribuzioni più soddisfacenti, operare
in un contesto organizzativo più efficace e innovativo. L’Italia, pur non
sfigurando per numero delle loro pubblicazioni scientifiche, non riesce a
gratificare i suoi ricercatori (per cui una buona parte tende ad andare
all’estero) né ad attrarre quelli stranieri. Sono in molti a recarsi
all’estero anche tra medici, infermieri, avvocati, architetti e ingegneri,
una categoria questa particolarmente apprezzata (non a caso i Politecnici di
Torino e Milano figurano, per prestigio, tra i primi 50 atenei del mondo). Il volume dell’Istituto “S. Pio V”
e del Centro Studi Idos analizza i vari aspetti del brain drain e brain
waste, facendo riferimento a tutte le ricerche
condotte e mettendo a disposizione i dati aggiornati. Dove sono e dove vanno i laureati?
I laureati in partenza dall’Italia vanno
a intaccare la disponibilità di personale altamente qualificato già di per sé
limitata. Nel 2015 si è stimato che siano emigrati 27.000 diplomati e 24.000
laureati, rispettivamente il 35% e il 30% dei 102.259 connazionali che si
sono cancellati dai registri anagrafici dei propri comuni per trasferirsi all’estero.
I laureati italiani in partenza erano, mediamente, solo 3.300 in ciascuno
degli anni a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo.
Va anche tenuto conto che, in generale, essi partono per non ritornare più se
non in un ridotto numero di casi, come attestato da numerose indagini, e che
è aumentata la tendenza dei giovani a emigrare (6 su 10). La presenza di laureati stranieri, che
nel Centro-Nord ha svolto un ruolo di riequilibrio tra partenze e ingressi, è
invece carente nel Meridione. Al Censimento del 2011 solo l’Abruzzo e il
Molise non si collocavano al di sotto dell’incidenza media nazionale tra i
residenti italiani dei laureati (11,2%), mentre tutte le regioni meridionali
erano al di sotto dell’incidenza media dei laureati (10,7%) tra i residenti
stranieri. Dai dati Istat risulta che la situazione non è migliorata negli
anni successivi. Infatti, nel 2014 è risultato che nessuna regione
meridionale supera le incidenze medie nazionali sia per i laureati (11,8% tra
i residenti italiani e 9,1% tra quelli stranieri) che per i diplomati (32,1%
tra gli italiani e 35,1% tra gli stranieri), con le uniche eccezioni delle
regioni Abruzzo e Basilicata, e solo relativamente ai livelli di istruzione
degli italiani. Il Meridione ha una quota di appena
il 10,2% di tutti i laureati stranieri residenti in Italia e ciò influisce
negativamente sul saldo del movimento di laureati per e dall’estero (il
bilancio è, per giunta, aggravato dall’esodo verso il Nord Italia). La quota
di laureati stranieri residenti nel Meridione è inferiore a quella di tre
regioni prese singolarmente: Emilia-Romagna (12,2%), Lazio (16,1%) e
Lombardia (23,2%). Anche nelle altre regioni del Centro e nel Nord Italia
l’afflusso di laureati stranieri ha svolto una funzione di riequilibrio
dell’esodo degli italiani. Il mercato occupazionale italiano ha
trovato nei lavoratori immigrati un giovamento finanziario oltre che un supporto
al mercato occupazionale. Nel 2015 gli occupati stranieri sono risultati
2.365.000 e i disoccupati 465.000. Di essi, attenendosi alla Ricerca continua
dell’Istat sulle forze di lavoro, 1.410.000 hanno frequentato solo la scuola
d’obbligo (i costi formativi per il bilancio pubblico sarebbero stati,
secondo il Rapporto Ocse, di 90.000 dollari a persona, per un totale di 126
miliardi e 90 milioni di dollari), 1.191.000 i diplomati (con costo, sempre
secondo il Rapporto Ocse, di 134.000 dollari per persona, per un totale di
154 miliardi e 830 milioni di dollari) e 303.000 i laureati (con il costo di
178.000 dollari per persona per una laurea triennale, per un totale di 53
miliardi e 934 milioni di dollari). Complessivamente, le spese pubbliche per
i tre livelli di studio sarebbero state pari a 336 miliardi di dollari (e
poco di meno calcolate in euro) se fossero state sostenute in Italia. Bisogna
aggiungere 183 miliardi di euro corrispondenti alle spese a carico delle
famiglie per crescere i propri figli fino ai 18 anni (con un costo medio,
secondo stime elaborate nell’ambito delle associazioni di consumatori, di
61.000 euro per persona). Pertanto, il costo formativo della forza lavoro
formatasi all’estero e poi inseritasi nel mercato italiano supera i 500
miliardi di euro, costituisce un notevole beneficio per l’Italia e compensa i
costi sostenuti dall’Italia per i suoi cittadini trasferitisi all’estero (nel
2015, 51.000 con la licenza media, 27.000 diplomati e 24.000 laureati nel
2015 per un costo formativo totale di circa 19 miliardi di euro calcolati
secondo i parametri contenuti nei rapporti dell’Ocse in precedenza esposti (il
costo aumenta se riferito anche agli anni precedenti). I dati macroeconomici
I dati macroeconomici mostrano che l’Italia
è in ritardo rispetto agli altri paesi UE per quanto riguarda i livelli di
formazione e di sviluppo: § Incidenza dei laureati nella fascia 30-34 anni: 23,9% tra i residenti
in Italia contro il 38,0% nella media UE (ben 14 punti percentuali in meno); § investimenti in istruzione:
4,1% del PIL contro il 4,9% (tra l’altro, solo il 25% dei manager è laureato
contro il 54% nell’UE); § investimenti in ricerca e
sviluppo: 1,3% del Pil italiano contro il 2,2%
nella media UE. I ricercatori in Italia sono 2 volte di meno rispetto alla
Francia e al Regno Unito, 3 volte di meno rispetto alla Germania, 9 volte di
meno rispetto al Giappone, 13 volte di meno rispetto agli Stati Uniti. Eppure
questo è l’ambito dal quale gli italiani emigrano maggiormente (circa un
quinto del totale si trova all’estero); § lavoratori impiegati
nell’ambito della ricerca e dello sviluppo: 4 ogni 1.000 abitanti (circa
250mila), per cui nello Spazio Economico Europeo l’Italia è solo al sesto
posto, dopo la Germania, la Francia e il Regno Unito e anche dopo la Svizzera
e l’Olanda. In prospettiva desta preoccupazione
sia il fatto che l’Italia sia attardata rispetto ai valori medi europei negli
ambiti della formazione e dello sviluppo, sia che, al suo interno, le regioni
del Meridione si collochino al di sotto dei valori medi nazionali per quanto
riguarda gli indicatori positivi (quali l’occupazione in alta qualifica,
l’occupazione in “High Technology” e l’investimento in ricerca e sviluppo),
mentre, al contrario, nelle regioni meridionali i valori sono più alti
relativamente agli indicatori negativi (quali la marginalità occupazionale,
l’insuccesso formativo e la spendibilità lavorativa). Riflessione conclusiva
Nel
panorama europeo l’Italia non si distingue per il numero dei laureati che espatriano
(proporzionalmente più elevato in diversi Stati membri) ma piuttosto per la
sua scarsa capacità di attrarre personale qualificato dall’estero. Alla
perdita rappresentata dai costi sostenuti per la formazione degli emigrati si
aggiunge quella per il mancato introito derivante dall’utilizzo dei brevetti
depositati all’estero (3,9 miliardi per il periodo 1990-2010 secondo uno
studio di “Scienza in rete” per 456 brevetti di ricercatori italiani recatisi
all’estero). Secondo la ricerca dell’Istituto “S.
Pio V” e di Idos in Italia occorre insistere maggiormente
sui livelli della formazione e dell’occupazione. Le migrazioni qualificate
vanno considerate positivamente, a condizione: 1) che la decisione di andare
all’estero sia frutto di una libera scelta e non di una costrizione di fatto
e 2) che le uscite vengano compensate dalle entrate e in quest’ottica va
rivalutata la funzione degli immigrati (per il 50,1% con’istruzione
superiore contro il 48,0% degli italiani). 3)
Rapporto cittadini / istituzioni /
partiti. Populismi
Eurispes, aumenta la fiducia dei cittadini nelle istituzioni
Il rapporto per il 2016 evidenzia
una crescita di consensi dal 2,4% del 2015 al 7,5% del 2016. Bene anche il
rapporto con le forze dell'ordine: la polizia guadagna 10 punti percentuali
rispetto all'anno scorso di PIERA MATTEUCCI 28 gennaio 2016 ROMA - Più fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell'ordine:
cresce il consenso degli italiani nei confronti delle cariche dello Stato e di
quanti lavorano per la loro sicurezza del Paese. A dirlo è l'Eurispes, che ha presentato il Rapporto Italia 2016.
Anche l'intelligence guadagna punti, mentre cala un po' l'apprezzamento per Papa
Francesco, che comunque raggiunge livelli molto più alti rispetto ad altre
personalità dell'economia e della politica. Gli italiani hanno paura degli
attentati e, per questo, uno su quattro ha cambiato abitudini. E ancora:
cresce il popolo di chi mangia 'verde' e di chi sceglie, come miglior amico,
un animale domestico. 4)
Costituzione
da realizzare. Sindacati e Partiti.
Art.
39.
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L'emissione gratuita di Moneta Fiscale – un titolo statale
che dà diritto a uno sconto fiscale temporalmente differito – è l'unica
soluzione per riprendere il controllo della politica monetaria e fiscale,
dentro le regole dell'euro ma oltre l'euro, e far ripartire rapidamente
l'economia italiana, i redditi e l'occupazione con manovre fortemente
espansive senza produrre nuovo debito.
a cura di
Questo appello per l'introduzione della Moneta Fiscale è rivolto innanzitutto
direttamente al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al suo governo, ma
anche ai partiti di opposizione e a tutte le organizzazioni sociali
responsabili (in primis, sindacati e Confindustria) [1].
Infatti solo il governo - nelle persone di Matteo Renzi, del ministro Pier
Carlo Padoan e del ministro Carlo Calenda -, ha ovviamente il potere di emettere i
titoli/moneta che proponiamo: ma tutte le forze politiche e sociali
innovative e progressive del paese dovrebbero essere fortemente interessate
alla Moneta Fiscale. L'emissione e la distribuzione gratuita di titoli di
Moneta Fiscale potrebbe infatti fare ripartire rapidamente l'economia
italiana, i redditi e l'occupazione in un clima di grande consenso e di
soddisfazione sociale.
Questa crisi, prodotta dall'austerità suicida imposta dall'Unione Europea ai
paesi dell'eurozona, è causata fondamentalmente dal sottoconsumo, dalla
mancanza di domanda e dalla carenza di moneta circolante nell'economia reale.
La politica europea ci ha portato nella classica condizione, ben descritta da
J. M Keynes, di “trappola della liquidità”. Le risorse produttive, in primis
le risorse umane, giacciono inutilizzate e sono sprecate. La disoccupazione
dilaga. Solo grazie al rilancio della domanda interna, dei consumi e degli
investimenti pubblici e privati diventerà possibile affrontare i nodi
strutturali dell'economia italiana (innovazione, produttività, occupazione,
competitività, politica industriale, ecc).
Crediamo che senza la Moneta Fiscale decisa autonomamente dal Parlamento ed
emessa dal governo (nel pieno rispetto dei vincoli posti dalla moneta unica e
dall'eurozona) l'economia nazionale non uscirà mai dal tunnel in cui è
precipitata dall'inizio della crisi globale a causa della disastrosa politica
europea di austerità.
Lo stato dell'Unione
L'Unione Europea, e in particolare l'Unione Monetaria, si stanno ormai
avviando alla disintegrazione perché hanno tradito in gran parte i loro
obiettivi originari. La moneta unica doveva costituire la pre-condizione per
unire i popoli e le nazioni europee: l'euro invece aumenta drammaticamente le
divergenze e la disunione. La moneta unica è diventata lo strumento di
egemonia della finanza speculativa sul lavoro produttivo e sugli stati
nazionali, di condizionamento dei paesi più forti su quelli più deboli, di
dominio dei paesi creditori su quelli debitori (esemplare il caso della
Grecia).
Finalmente il premier Matteo Renzi ha iniziato a denunciare apertamente la
politica europea che da troppi anni soffoca l'economia nazionale e dei paesi
europei a favore della sola Germania. L'Unione Europea è in realtà diretta da
un solo paese, genera divisioni e sottosviluppo e potrebbe bruscamente
dissolversi sotto i colpi della speculazione internazionale con il
sopraggiungere della prossima crisi.
Occorre svincolarsi da politiche decise da governi stranieri e da istituzioni
non elette e non soggette a controllo democratico. E' il momento di prendere
coscienza che occorre riprendere il controllo della politica monetaria e
fiscale per una svolta decisa. Occorre fare girare nuovamente il volano
dell'economia italiana, ovvero rilanciare innanzitutto la domanda interna e
la competitività delle imprese nei confronti dell'estero e della Germania in
particolare. Questo si può fare grazie all'emissione di Moneta Fiscale da
parte del governo a favore di famiglie, imprese e investimenti pubblici.
La moneta fiscale - che sostanzialmente attualizza il valore dei futuri
proventi fiscali e che inoltre rende questo valore attuale immediatamente
convertibile in euro da spendere - è l'unica soluzione viabile e concreta dal
momento che rispetta pienamente le regole dell'Eurozona e che soprattutto
consente di attuare manovre fortemente espansive senza produrre nuovo debito.
Quindi la moneta fiscale è dentro le regole dell'euro ma è prima di tutto e
innanzitutto “oltre l'euro”.
L'architettura
deflazionistica dell'euro genera crisi
Il problema dell'eurozona non consiste solo nelle politiche d'austerità. Il
problema dell'eurozona è innanzitutto la moneta unica che aumenta le
diseguaglianze tra i paesi e dentro i paesi. L’euro è ormai diventato il
simbolo di questa Europa “malata del mondo”. La moneta unica doveva essere il
simbolo di maggiore integrazione, di sviluppo e prosperità. In realtà, è
diventata il maggiore ostacolo al compimento di questa visione: uno strumento
di egemonia e di subordinazione, un fattore permanente di crisi economica che
è diventata crisi sociale e che minaccia di diventare grave crisi della
democrazia.
La moneta unica non è una “cosa” o uno strumento neutro. Creata sul modello
del marco tedesco, l'architettura dell'euro, così come prevista dal Trattato
di Maastricht e dai successivi trattati ulteriormente peggiorativi (vedi il
Fiscal Compact), presenta difetti strutturali congeniti:
1. impone restrizioni artificiali e suicide sui
deficit pubblici, e queste impediscono di attuare politiche fiscali
anticicliche. In tempo di crisi i governi non possono fare gli investimenti
pubblici indispensabili per rilanciare l'economia, e anzi devono tagliare
indiscriminatamente la spesa pubblica riducendo quindi automaticamente il PIL
e aumentando conseguentemente il rapporto debito/PIL. In tal modo la politica
dell'eurozona distrugge attivamente il modello sociale europeo che nei
decenni passati ha caratterizzato l'Europa e ha prodotto il successo mondiale
dell'economia del vecchio continente sia sul piano economico che sociale;
2. I debiti pubblici di ciascun paese membro sono denominati in una moneta
straniera, ovvero in una moneta (l'euro) che gli stati non controllano. La
Banca Centrale Europea, che ha il monopolio sull'emissione della moneta unica
europea, per statuto non può coprire i deficit pubblici dei singoli Paesi.
Così, caso unico al mondo, i Paesi e i popoli europei sono così lasciati
completamente indifesi e alla mercé della speculazione finanziaria
internazionale.
3. I Paesi più deboli non possono svalutare. La moneta unica ha infatti
eliminato l’uso del tasso di cambio per il riallineamento della competitività
dei paesi membri dell'eurozona. In questo modo si approfondiscono i divari
competitivi tra i Paesi dell'eurozona; .
4. La politica monetaria (tassi di riferimento e offerta di moneta) e il
tasso di cambio sono identici per economie fra loro molto diverse per livelli
di competitività, inflazione, intensità tecnologica, ecc. La moneta unica è
quindi strutturalmente rigida e impone politiche intrinsecamente non adatte
alle necessità specifiche di ogni paese dell'eurozona.
Sul piano politico l'Unione Europea è egemonizzata dal governo tedesco in
accordo con pochi altri governi. La UE impone il modello mercantilista
tedesco (fondato sul principio del beggar thy neighbour, “frega il tuo
vicino”), obbliga a seguire i dogmi dell’austerità teutonica e del pareggio
di bilancio pubblico. L'economia dell'eurozona segue regole vincolanti
scaturite da una cieca ideologia liberista nella sua versione più rigida, l'ordoliberismo. Le economie nazionali devono sottostare a
regole rigide e suicide. L'obiettivo della piena occupazione è sacrificato
sull'altare della competitività per affrontare il mercato globale. Tuttavia
ironicamente proprio la politica dell'eurozona rende l'Europa sempre meno
competitiva. L'economia europea è ormai considerata dalle stesse istituzioni
finanziarie il principale fattore di crisi per l'economia globale.
Le istituzioni europee e finanziarie (Commissione UE, BCE e FMI), non elette
e non sottoposte a controllo democratico da parte dei cittadini europei,
prevalgono sugli orientamenti dei legittimi governi e dei Parlamenti nazionali
democraticamente eletti e sulla volontà dei cittadini. Si procede con il
“pilota automatico” a guida tedesca. La politica è sopraffatta dalle regole
dettate da istituzioni non elette. Gli stati più deboli sono esautorati.
Alcuni per risolvere la crisi invocano una maggiore integrazione verso
l'unità politica europea a partire dai paesi dell'eurozona. Ma è ingenuo
credere che i principali paesi (in particolare Germania e Francia) rinuncino
alla loro piena sovranità in campo politico, fiscale, della sicurezza e della
politica estera. Gli interessi nazionali – e soprattutto quelli degli stati
creditori – prevalgono. Il sistema è quindi in un vicolo cieco e a costante
rischio di rottura.
Il progetto di Moneta
Fiscale dentro l'euro ma oltre l'euro
Il progetto che proponiamo in questo documento è innovativo e radicale ma
nello stesso tempo è l’unico concreto e fattibile in tempi ragionevolmente
brevi per risolvere questa drammatica crisi. In pratica non esistono
alternative concrete altrettanto efficaci rispetto alla Moneta Fiscale (che,
come vedremo, non è una vera e propria moneta, ma un titolo statale che dà
diritto a uno sconto fiscale temporalmente differito).
Il progetto di Moneta Fiscale non richiede infatti riforme dei trattati
dell’Unione Europea – che sarebbe illusorio richiedere in questo quadro
politico e istituzionale -; e non implica neppure l'uscita dell'Italia
dall'eurozona. Si evitano così completamente i pericoli e le drammatiche
incertezze insiti in una rottura unilaterale della moneta unica. Ancora
(necessariamente) dentro l’euro, ma anche oltre l’euro. Il progetto di Moneta
Fiscale può essere attuato sia in Italia che negli altri paesi europei in
crisi e risolvere i problemi legati alla trappola della liquidità ridando
slancio alla domanda aggregata nei singoli paesi.
La Moneta Fiscale e i
Titoli di Sconto Fiscale
Proponiamo che i governi nazionali emettano in maniera massiccia titoli -
denominati Titoli di Sconto Fiscale (TSF) - che diano diritto al loro
possessore di ridurre i pagamenti dovuti alla pubblica amministrazione a
partire da due anni dalla loro emissione. In altri termini, i TSF emessi oggi
potranno essere riscattati fra due anni, dando titolo al portatore di
beneficiare di un taglio delle tasse e di altre obbligazioni nei confronti
dello stato (tariffe, multe, ecc) per un ammontare
equivalente al loro valore facciale. I TSF tuttavia, esattamente come tutti
gli altri titoli di stato, come i Bot e i CCT, possono anche essere ceduti
immediatamente sul mercato finanziario in cambio di euro. Così incrementano
la capacità di spesa dell’economia sin dal momento in cui essi vengono
emessi. Il loro valore di mercato sarà analogo a quello di un titolo di stato
zero-coupon a due anni.
Il governo attribuirà i TSF senza corrispettivo, ovvero gratuitamente a cittadini e aziende, e utilizzerà
i TSF per i pagamenti della Pubblica Amministrazione.
Ai cittadini saranno attribuiti in proporzione inversa al reddito,
privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso reddito: questo sia
per incentivare i consumi che per ovvie ragioni di equità sociale.
Alle aziende, le assegnazioni saranno attribuite principalmente in funzione
dei costi di lavoro da esse sostenute. Saranno tuttavia privilegiati gli
operatori in settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale e
le aziende che accresceranno maggiormente investimenti ed occupazione.
L’attribuzione di TSF alle aziende, correlata ai costi di lavoro sostenuti,
ridurrà i costi di lavoro effettivi, ne migliorerà immediatamente la
competitività, ed eviterà quindi che l’effetto espansivo sulla domanda
interna crei un peggioramento dei saldi commerciali esteri.
Una quota significativa dei TSF attribuiti nell’ambito del programma
complessivo sarà inoltre utilizzata a sostegno di iniziative di pubblica
utilità: innanzitutto un Piano del Lavoro finalizzato a realizzare
infrastrutture immateriali (ricerca, scuola e università, politica attiva del
mercato del lavoro, etc.) e materiali (per esempio, opere di riassetto
idrogeologico e del territorio). Inoltre, i TSF potrebbero essere utilizzati
dallo stato per programmi di rafforzamento e riqualificazione del welfare, di
sostegno ai ceti sociali disagiati, e per il Reddito Minimo.
La diffusione gratuita dei TSF genererà certamente un ampio e liquido mercato
così come esiste il mercato finanziario dei BOT e dei BTP. Venderà chi
(individui, aziende) avrà bisogno di liquidità immediata; comprerà chi
(individui e aziende), avendo disponibilità in euro, sarà interessato a
pagare meno tasse alla scadenza dei TSF. Il tasso di sconto sarà molto
contenuto, perché i TSF sono strumenti monetari a breve scadenza
completamente garantiti, in quanto riscattabili come crediti fiscali (perfino
se lo stato fallisse).
Le conseguenze della
manovra dei TSF
Lo shock monetario-fiscale renderà nuovamente vitale l'economia nazionale. Le
emissioni saranno tarate in modo tale da recuperare l’”output
gap” prodotto dalla crisi. Nel caso dell’Italia, potrebbero partire da un
livello pari al 3% circa del PIL annuo (circa 40-50 miliardi di euro) e
successivamente essere modulate in modo opportuno, così da assicurare alti
livelli di occupazione senza però produrre una inflazione superiore al 3-4% e
scompensi nei saldi commerciali esteri.
Partendo dagli attuali livelli di domanda depressa e di disoccupazione
massiccia, la spesa del maggior potere d’acquisto farà crescere il PIL in
misura più che proporzionale rispetto all’emissione di TSF, intorno al 3-4%.
Nel periodo che va dall'emissione dei TSF alla loro maturazione entrerà
infatti in funzione il moltiplicatore del reddito. Il valore del
moltiplicatore keynesiano risulta particolarmente elevato in caso di forte
sottoutilizzo delle risorse e di tassi di interesse tendenti allo zero, come
è nella situazione attuale. Numerosi studi - uno per tutti quello di Olivier Blanchard, ex capo-economista del FMI - dimostrano che
nelle situazioni di crisi e di trappola della liquidità il moltiplicatore è
molto superiore a uno: così ogni euro immesso in circolazione genera un aumento
di PIL superiore a uno. Recentemente il premio Nobel Paul Krugman
in un post del suo blog ha mostrato che nell'eurozona il moltiplicatore
fiscale è stato pari a 1,5 negli anni dal 2009 al 2013[2].
Grazie alla distribuzione gratuita e massiccia di TSF si avvierebbe il
circolo virtuoso: più consumi, più investimenti, più occupazione e più
reddito, più consumi, ecc, ecc. Non a caso
Mediobanca Securities in un report afferma che con i certificati di credito
fiscale il Pil crescerebbe del doppio senza
squilibrare il bilancio pubblico e la bilancia commerciale[3].
Considerando che il differimento di due anni dall’emissione dei TSF, la crescita
del PIL indotta dal moltiplicatore darà luogo a nuovo gettito fiscale che
compenserà il costo fiscale dei TSF, evitando d’incrementare deficit e debito
pubblico.
Produrre una forte ripresa economica è particolarmente vitale anche perché i
grandi fenomeni migratori non sono gestibili in presenza dei tassi di
disoccupazione attuali. L’immigrazione può trasformarsi in una risorsa vitale
solo se si verifica nel contesto di un’economia e di un mercato del lavoro in
espansione. Rischia, al contrario, di innescare pericolose derive sociali e
politiche se si innesta su una situazione di produzione e occupazione
stagnante.
I TSF: oltre l'euro ma
dentro i trattati europei
Sul piano tecnico i titoli/moneta che proponiamo potrebbero essere emessi in
tempi brevi dal momento che sono titoli di stato assimilabili ai BOT e ai
BTP.
Sul piano istituzionale la manovra che proponiamo, essendo basata su titoli
fiscali, è perfettamente in linea con i trattati europei poiché in campo
fiscale ogni stato è completamente sovrano. Inoltre i TSF non sono una forma
di debito neppure sul piano contabile. Il governo emittente non s’impegna a
rimborsarli in euro ma soltanto a concedere “sconti” e riduzioni di pagamenti
fiscali nel momento in cui i TSF vengono riscattati.
Essendo inoltre i TSF dei titoli di stato, la loro emissione non metterebbe
minimamente in discussione il monopolio della BCE sulla moneta unica. L’euro
rimarrebbe l’unica moneta con corso legale. Anche se la UE e le istituzioni
europee volessero contrastare l’iniziativa dei TSF, difficilmente potrebbero
giustificare la loro contrarietà, perché i TSF sono coerenti con i trattati
europei.
In effetti l’emissione di TSF costituisce, per quanto riusciamo a immaginare,
l’unica maniera di far crescere l’economia in misura robusta rispettando i
vincoli europei relativi al deficit e alla diminuzione del debito pubblico e
garantendo pienamente ai mercati il servizio del debito. I mercati
valuterebbero positivamente il PIL in ripresa e la cessazione dello spettro del
default sui titoli pubblici.
L’introduzione dei TSF renderebbe più stabile anche il sistema bancario. La
ripresa dell’economia ridurrebbe infatti l’enorme minaccia costituita dalle
sofferenze bancarie. E' inoltre auspicabile che già fin da subito anche i
titoli statali di debito, come i BTP e i BOT, possano godere dell’opzione di
conversione in TSF. In questo modo si ridurrebbe enormemente l’oscillazione
di valore di mercato dei titoli di debito pubblico, in quanto questi
sarebbero comunque riscattabili al loro valore nominale come crediti fiscali.
Così si frenerebbe in misura sostanziale la speculazione sui titoli statali
di debito.
Keynes, Corbyn
e l'Helicopter Money di Milton Friedman
La manovra di Moneta Fiscale ha un'ispirazione spiccatamente keynesiana
perché utilizza la leva fiscale per contrastare la “trappola della
liquidità”. Questo progetto si inspira anche alle proposte di ‘helicopter money’ lanciate
dall'economista padre del liberismo Milton Friedman: infatti l’idea è di
distribuire gratuitamente potere d’acquisto a cittadini
e imprese in via diretta senza intermediazione creditizia. E' chiaro infatti
che al momento attuale le banche sia in Europa che in Italia rappresentano
più un problema che la soluzione del problema. Le banche soffrono profondamente
la crisi e non danno più credito (ovvero moneta/debito) anche perché gli
operatori economici non vogliono indebitarsi ulteriormente in un contesto di
carenza di domanda. Tocca quindi allo stato intervenire per aumentare la
circolazione monetaria emettendo titoli con valore di moneta-credito
(fiscale).
A livello europeo questa proposta di Moneta Fiscale presenta caratteristiche
analoghe a quella del “Quantitative Easing per il
popolo” avanzata nel nuovo programma dei laburisti inglesi guidati da Jeremy Corbyn. Corbyn propone che la
Banca d’Inghilterra stampi moneta per potenziare l’economia investendo in
edilizia popolare, infrastrutture e progetti di economia digitale. Il nuovo
QE non dovrebbe favorire principalmente i mercati finanziari e le banche
private, come finora ha fatto la BCE, ma mirare a sostenere l'economia
produttiva e l'occupazione.
È ovvio che noi non possiamo procedere allo stesso modo dei laburisti
inglesi. Infatti non esistono le condizioni perché la BCE proceda verso manovre
di tipo helicopter money,
che del resto sarebbero forse contrarie al suo statuto. Il progetto di Moneta
Fiscale si basa quindi sull’emissione di Titoli di stato da parte del
governo, e non di nuova moneta da parte della banca centrale. La manovra qui
proposta avrebbe comunque effetti simili (e anzi più radicali ed efficaci) a
quella proposta da Corbyn: il rilancio
dell'economia non sarebbe affidato solo alla ripresa degli investimenti
pubblici. I TSF, distribuitigratuitamente ai cittadini e alle imprese,
conferirebbero nuovo potere d’acquisto alle famiglie e alle aziende. E,
contrariamente alle forme di QE sin qui sperimentate dalla BCE, la nostra
manovra non resterebbe confinata all’economia finanziaria ma ridarebbe
ossigeno all’economia reale.
Uno stato dell’eurozona che decidesse di emettere TSF eserciterebbe la
propria sovranità nazionale/fiscale per garantire stabilità e sviluppo in
modo da compensare, sia pure parzialmente e pur dentro le regole
dell'eurozona, la cessione di sovranità monetaria avvenuta all’atto di
creazione della moneta unica.
Conclusione
Questo progetto permetterebbe di uscire dalla trappola della liquidità, di
ridare fiato all’economia e di creare nuova occupazione in un quadro di
stabilità di bilancio pubblico, di equilibrio della bilancia dei pagamenti e
di riduzione della moneta fiscale. L’introduzione dei TSF permetterebbe ai
paesi dell’Eurozona di evitare il caos del possibile break-up dell’euro che
provocherebbe nuove traumatiche crisi economiche, sociali e politiche.
L’emissione e la distribuzione gratuita dei TSF possono essere decise
autonomamente e democraticamente dal Parlamento e dal governo italiano senza
la necessità di ottenere preventivamente l’assenso e la collaborazione delle
istituzioni europee. L’Italia può e deve uscire dal tunnel della recessione e
del debito con le sue sole forze, senza richiedere (peraltro del tutto
inutilmente) ai paesi più competitivi, come la Germania, di rivalutare prezzi
e salari interni, di peggiorare i loro saldi commerciali o di trasferire
risorse finanziarie verso i paesi in difficoltà.
Si tratta anche di ridare fiato alla democrazia e alla politica, e di
riscuotere un vasto consenso popolare per una manovra espansiva e di svolta
che possa finalmente raccogliere l’adesione convinta ed entusiasta della
maggioranza della società e del mondo produttivo (lavoratori e aziende). Una
volta emessa in Italia, la Moneta Fiscale verrebbe rapidamente introdotta
anche negli altri Paesi in crisi. L'Eurosistema
ridiventerebbe quindi flessibile e meno soggetto alla crisi.
Per queste motivazioni chiediamo al premier Matteo Renzi, al Presidente del
Consiglio che ha già dimostrato di avere il coraggio e l'intelligenza di
criticare la politica restrittiva e suicida dell'eurozona, di introdurre rapidamente
la moneta fiscale.
L'appello è aperto alla
sottoscrizione di intellettuali, economisti, esponenti politici, forze
politiche e sociali, scrivendo a e.grazzini @
alice.it
NOTE
[1] Questa proposta è esposta e approfondita nell'e-book ”Per una moneta
fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare
l'euro” pubblicato su Micromega on line, a cura Biagio Bossone, Marco Cattaneo,
Enrico Grazzini e Stefano Sylos
Labini, con la prefazione di Luciano Gallino. L'ebook
è stato elaborato sulla base del saggio di Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi “Soluzione per L'euro. 200 Miliardi per rimettere
in moto l'economia Italiana”, Hoepli, 2014
[2] Vedi sul blog di Krugman “Remembrance of Forecasts Past” 5 febbraio 2016
[3] Vedi il report di Mediobanca Securities, Country Update, Italy – Tide turns as recovery starts,
17 November 2015 su www.monetafiscale.it
Le opportunità del quantitative easing
Di Francesco Strocchia
E’ partito il tanto atteso quantitative easing,
anche se sotto tale denominazione innovativa si cela una delle più classiche
operazioni da sempre utilizzate dalle Banche centrali, già note come
operazioni di mercato aperto (open market).
Bisogna pensare, a tal punto, che la nuova denominazione sia giustificata
dalla unidirezionalità dell’operazione medesima, volta esclusivamente
all’acquisto di titoli, come pure dal suo carattere sistematico e
strutturale.
Gli effetti sui mercati finanziari
sono incontrovertibili, riguardo ai corsi dei titoli acquistati e, pertanto,
sui relativi tassi di interesse, inversamente correlati ai primi. A fronte di
tali effetti, comunque del tutto prevedibili, quelli sull’economia reale
appaiono tuttavia eventuali, posti i limiti attualmente esistenti a livello
europeo sui parametri reali del sistema, come previsti dal patto di stabilità
e dal fiscal compact. Infatti, a
differenza di quanto avvenuto negli USA, dove tali vincoli non sussistono, le
ricadute sull’economia reale sono da considerarsi problematiche, mentre da
una eccessiva dilatazione della base monetaria, senza sostanziali
miglioramenti dei parametri reali del sistema, potrebbero giungere incrementi
dei prezzi anche inopportuni.
Il quantitative easing, tuttavia, può
rappresentare un’opportunità che dovrebbe incontrare il favore dei tanti che
hanno sempre enfatizzato sui debiti pubblici, in particolare su quello
italiano, quale causa principale del dissesto economico, pur a fronte della
definitiva dimostrazione della fallacia del teorema di Kenneth e Rogoff sull’ipotizzata impossibilità di sviluppo dei
sistemi economici ad alto debito.
L’acquisto di titoli dei debiti
pubblici di Stati europei a fronte della creazione di nuova base monetaria potrebbe in effetti
anche consentire l’annullamento di tali titoli per semplice elisione
contabile, secondo una permutazione patrimoniale nel bilancio della Bce, il
cui quadro ragionieristico dei valori è rappresentato da:
– attività finanziarie per titoli in portafoglio
– passività per biglietti circolanti.
I titoli in portafoglio, infatti,
acquisiti a costo nullo, verrebbero stralciati dal bilancio senza sostanziali
perdite, pur rinunziando agli interessi ed al rimborso a scadenza, ma
operando comunque nell’ambito della funzione istituzionale di governance dell’economia e secondo criteri
pro-quota per i singoli Stati, tenendo anche conto della relativa
sostenibilità ed alleggerendo così questi ultimi dai pesanti obblighi di
riduzione del debito derivanti dal fiscal
compact.
Non si tratta pertanto di un abbattimento di questo con la
bacchetta magica, ma solo il potere di farlo da parte di chi può battere
moneta, e sarebbe forse l’occasione per provvedervi, con grande soddisfazione
di tutti coloro che hanno da sempre indicato nel debito medesimo la causa di
tutti i mali.
Ciò, anche se l’operazione, così
come delineata, pur non incontrando ostacoli di natura tecnico-contabile,
incorrerebbe comunque in implicazioni macroeconomiche, determinando un
drenaggio della base monetaria incrementale creata: si riproporrebbe pertanto
la valutazione comparativa tra una maggior liquidità del sistema,
accompagnata da un determinato ammontare di debiti pubblici, oppure un minor
volume di entrambi, ribadendosi, in definitiva, l’aspetto intrinsecamente
conflittuale tra sviluppo economico e riduzione dei debiti pubblici, con la
necessità di coniugarli in un ambito di sostenibilità.
14 marzo 2015
Francesco Strocchia
·
7
febbraio 2017
(Ansa)
·
Saranno anche virtuali ma i danni all'economia e alla lotta al
riciclaggio, alla criminalità organizzata e al terrorismo internazionale sono
reali.
Nel 2014 il Gruppo d’azione finanziaria-Financial action
task force
(Gafi-Fatf), l’organismo intergovernativo
indipendente che sviluppa e promuove politiche finalizzate a proteggere il sistema
finanziario globale contro il riciclaggio, finanziamento del terrorismo e
della proliferazione delle armi, non ha usato mezze misure sui bitcoin.
«Le valute virtuali e i bitcoin in particolare sono l’ondata del futuro per i
sistemi di pagamento – si legge nel report – e forniscono un nuovo e potente
strumento per i criminali, terroristi, finanzieri ed evasori, consentendo
loro di far circolare e conservare fondi illeciti, fuori dalla portata del
diritto».
Lanciata nel 2009, il bitcoin è stata la prima moneta virtuale
convertibile decentrata, vale a dire –
come ha ricordato il generale Stefano Screpanti, capo del III reparto operazioni del comando generale della Gdf il 27 aprile 2016 davanti alla Commissione finanze
della Camera – non emessa da una banca centrale o da un'autorità pubblica e
la prima “cripto valuta”.
Anonimato completo
I bitcoin sono infatti unità di conto composte da
stringhe uniche di numeri e lettere che costituiscono unità di moneta e hanno
valore solo perché i singoli utenti sono disposti a pagare per loro. Gli
indirizzi bitcoin, che dunque funzionano come conti
correnti, non hanno nomi o altra identificazione del cliente e il sistema non
ha server o un servizio centralizzato. E, come ha ricordato ancora il
generale Screpanti nell'audizione del 27 aprile
2016, «gli operatori che offrono questo servizio non figurano tra i
destinatari della normativa antiriciclaggio non essendo quindi tenuti
all'osservanza degli obblighi di adeguata verifica della clientela,
registrazione dei dati e segnalazioni di operazioni sospette».
·
04 febbraio 2017
Lo stesso concetto,
appena pochi giorni prima (il 19 aprile 2016) e nello stesso consesso, era
stato espresso da Claudio Clemente, direttore dell'Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d'Italia.
Operatori e utenti sono, in poche parole, totalmente anonimi e gli
investigatori e gli inquirenti non hanno un “bersaglio” da colpire.
I bitcoin sono negoziati in digitale tra gli utenti
e possono essere scambiati (acquistati o incassati) in dollari, euro e altre
monete correnti o virtuali.
Chiunque può scaricare il software da un sito web per inviare, ricevere e
memorizzare bitcoin e monitorare le transazioni.
Gli utenti possono anche ottenere indirizzi di bitcoin,
che funzionano come conti correnti, in un servizio di portafoglio online.
Fatf Gafi ha calcolato
che entro il 2140 saranno registrati 21 milioni di bitcoin
(ma ogni unità può essere suddivisa in piccole parti) e già ad aprile 2014
aveva calcolato più di 12,5 milioni di bitcoin, per
un controvalore di oltre 5,5 miliardi di dollari.
·
05 febbraio 2017
L’allarme degli
organismi internazionali
Nell’ottobre 2015, con un nuovo report sui rischi del finanziamento al
terrorismo, Fatf Gafi è
tornato a occuparsi dei bitcoin e ha alzato il
livello di attenzione riportando un caso di scuola.
Il 28 agosto 2015 Ali Shukri Amin, dalla Virginia
(Usa), è stato condannato a 11 anni di prigione per aver cospirato per
fornire materiale, supporto e risorse all'Isis attraverso il ricorso a
Internet. Amin si è dichiarato colpevole l'11
giugno 2015 e ha ammesso di aver usato twitter per
fornire consulenza e sostegno a Isis e ai suoi sostenitori. Amin, attraverso twitter,
forniva istruzioni su come usare bitcoin per
mascherare la fornitura di fondi per Isis e aiutava i sostenitori che
volevano recarsi in Siria per combattere.
Con l'occasione, Fatf Gafi
ha sottolineato che le autorità giudiziarie di tutto il mondo sono
preoccupate per l'uso delle valute virtuali da parte delle organizzazioni
terroriste. Il mondo ha visto crescere a dismisura – ricorda il report –
l'uso di siti web affiliati alle organizzazioni terroristiche per promuovere
il ricorso ai bitcoin e chat tra estremisti sulle
monete virtuali. Fatf Gafi
ricorda il caso di un blog collegato a Isis che proponeva di utilizzare bitcoin per finanziare gli estremisti.
I casi all’attenzione
Non era il primo caso che Fatf Gafi
sottoponeva all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale. Nel settembre del
2013, il Dipartimento di Giustizia statunitense portò alla luce un'indagine
su Ross Ulbricht,
proprietario e gestore di “silk road” (la “via
della seta”), un sito web abilmente celato, progettato per consentire agli
utenti di acquistare e vendere illegalmente e anonimamente farmaci, armi,
identità rubate e altri beni e servizi illegali, svolgere traffico di
stupefacenti, pirateria informatica e riciclaggio di denaro, fuori da ogni
controllo investigativo. Ulbricht è stato
condannato all'ergastolo ma il suo avvocato, l'8 gennaio 2016, ha presentato
appello.
DI SILK ROAD
Il dipartimento di
Giustizia sequestrò il sito web e circa 173.991
bitcoin, del valore di oltre 33,6 milioni di
dollari. L'indagine stimò un fatturato globale, dalla sua creazione avvenuta
nel 2011, di 1,2 miliardi di dollari attraverso il ricorso a oltre 9,5
milioni di bitcoin. Le commissioni variavano dall'8
al 15% del prezzo totale di vendita.
II 7 novembre 2014, con una nuova
operazione denominata “Silk road 2”, l’Fbi ha proceduto alla chiusura di un
altro sito abilmente celato, con il quale il gestore aveva tentato di
ripercorrere le gesta del precedente.
«Il contributo italiano a questa
nuova iniziativa - ha aggiunto Spiezia - è
risultato decisivo, alla luce dell’esperienza maturata nel settore, in cui
sono state sperimentate le migliori tecniche con apprezzabili e riconosciuti
risultati. Attraverso il nuovo avviso Interpol sarà possibile consentire
l’anticipazione, su uno dei più importanti canali di polizia, della
trasmissione di una serie di informazioni e di dati che poi saranno oggetto
di specifiche richieste di assistenza giudiziaria internazionale, nel
rispetto dei trattati internazionali in materia e della legge nazionale dello
Stato richiesto».
L’alert
della Dia
Anche la Direzione investigativa antimafia ha acceso un faro sui bitcoin, con la relazione sul primo semestre 2016
consegnata a Parlamento metà gennaio di quest’anno. Come sempre a capire per
prima il fascino criminale degli strumento innovativi è stata la ‘ndrangheta
e, sebbene non vi siano ancora evidenze investigative svelate, quel che
scrive la Dia lascia intendere che ve ne saranno. «Il deep
web e strumenti di pagamento virtuali, quali i bitcoin
– scrivono infatti gli analisti della Direzione investigativa antimafia
guidata dal generale Nunzio Antonio Ferla –, che pur impattando sull'economia
reale sono fuori dal controllo delle riserve monetarie mondiali, potrebbero
risultare, di conseguenza, strumenti a disposizione della ‘ndrangheta ma
anche delle altre organizzazioni mafiose nazionali che sembrano rivolgersi ai
business internazionali in maniera sempre più interconnessa».
Blog Guardie o ladri
http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com
Blog
L’urlo
http://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com
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TUTTI I COMMENTI
Non sono d'accordo con i due commenti precedenti. L'utilizzo dei Bitcoin è veramente non traciabile.
E' vero che è necessario acquistare i Bitcoin con un
trasferimento SEPA (quindi tracciabile) ma una volta che i fondi raggiungono
una piattaforma come BTC-E non sono più tracciabili.
BTC-E è completamente anonima, non si conoscono i responsabili è veramente
misteriosa.
Lo stesso discorso vale per quando ricevo il bonifico da BTC-E sul conto
corrente. Rimane traccia del trasferimento da BTC-E al conto corrente ma
null'altro. Cosa abbia fatto con i Bitcoin ricevuti
non è tracciabile. Se avessi comprato armi utilizzando il Deep
Web nessuno lo saprebbe. A mio avviso questo era il senso dell'articolo.
La tracciabilità è un valore che appartiene al privato, che detiene
ance il beneficio della riservatezza lo stato lo usa solo per estorcere
ricchezza, in base a quale principio costituzionale l'individuo deve essere
controllato in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo ?
I bitcoin sono utili per effettuare
transazioni non tracciabili. Per riciclare denaro occorrono invece
istituzioni finanziarie tradizionali compiacenti. L'elemento debole della
catena sono i passaggi iniziali e finali, la conversione, cioè, del denaro
"tradizionale" in bitcoin e viceversa. Se
ho una valigetta di dollari, frutto per es. del commercio di stupefacenti,
come faccio a convertirla in bitcoin se non
depositandola fisicamente in un istituto di credito che mi fornisce un
credito, appunto, da scambiare on line con dei bitcoin?
E chi riceve bitcoin, come fa a convertirli in
valuta corrente se non tramite la loro conversione in un credito presso un
soggetto tradizionale?
Esatto, il riciclaggio ha altri presupposti.
Convertire soldi reali in bitcoin e viceversa è una
cosa che non ha senso, dal momento che in quel passaggio si perde l'anonimato.
A tutto può servire il bitcoin, tranne che per il
riciclaggio, ad oggi.
7) Il Sole 24 Ore marzo 2017 I consumi delle famiglie italiane